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Adozione Nazionale

25 Nov
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Coppia   |  Commenti disabilitati su Adozione Nazionale

LA PROCEDURA PER LA DOMANDA DI ADOZIONE
Se siete una coppia interessata all’adozione sicuramente potrebbe tornarvi utile leggere le informazioni riportate di seguito che vi permetteranno di conoscere le leggi e le procedure da seguire.

ADOZIONE NAZIONALE
Perizia psicologicaLa legge 184 definisce le norme procedurali specifiche e vincolanti per chi desidera adottare un figlio. Dal 1983 in poi il problema della selezione delle coppie ha impegnato la riflessione generale sia per un’ esigenza di ridurre al minimo il possibile il fallimento dell’adozione sia per un aumento della richiesta rispetto al numero dei bambini dichiarati adottabili.
L’articolo 22 spiega che la domanda per l’adozione nazionale, diversamente da quella internazionale, può essere inoltrata a uno o più Tribunali dei minori. Essa decade dopo due anni dalla presentazione e può essere rinnovata ripetendo lo stesso iter della precedente. Successivamente il Tribunale, dispone adeguate indagini sanitarie, sociali e psicologiche; le indagini di tipo medico hanno lo scopo di verificare le attuali condizioni di salute dei coniugi per potere escludere, nei limiti del possibile, l’insorgere di qualche morbosità a breve termine, evento estremamente sfavorevole all’inserimento di un bambino che attende di essere adottato.  Raccolti e valutati tutti gli elementi il Tribunale dei minori formula il giudizio ed individua fra le coppie che hanno ottenuto l’idoneità, la  coppia che risulta più adeguata ai bisogni di quel determinato bambino che attende i suoi genitori. Dopo l’abbinamento, viene disposto l’affidamento preadottivo per la durata di un anno. In situazioni che si delineano problematiche o nel caso di minori adottati già grandi il periodo di affidamento preadottivo può essere prorogato di un anno per favorire il consolidarsi di relazioni affettive e relazionali non ancora stabili. Se la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore viene contestata dalla famiglia di origine, il Tribunale ha facoltà di decidere comunque l’inserimento del bambino in un nuovo nucleo a causa della  sofferenza psicologica che lo stato di deprivazione affettiva comporta per lui: in questo caso si parlerà di affidamento “a rischio giuridico”, la cui durata è a volte imprevedibile in quanto la situazione processuale non è ancora definita. In quest’ultimo caso, la coppia deve essere ben consapevole del rischio sia a livello giuridico che  affettivo a cui va incontro e che potrebbe, nei casi più sfortunati, terminare con il rientro del bambino nella sua famiglia d’origine.
Famiglia che legge un libroSecondo l’articolo 25  il Tribunale dei minori, decorso un anno dall’affidamento provvede all’adozione con un decreto, decidendo per l’adozione o la non adozione all’adozione;  secondo l’articolo 27 , se avviene l’adozione il minore adottato acquista lo stato di figlio legittimo, assume e trasmette il cognome dei genitori adottivi e cessano i rapporti verso la famiglia d’origine.

Se sei interessato anche alle procedure di adozione internazionale leggi anche Adozione Internazionale.

I Tribunali per i Minorenni sono competenti e responsabili dell’iter della domanda di adozione; una volta ricevuta la domanda avviano delle procedure di accertamento dei requisiti soggettivi (la A.S.L. avvierà tramite uno psicologo e un assistente sociale colloqui a conclusione dei quali verrà stesa una relazione)  e oggettivi (mediante accertamento effettuato dalla polizia) della famiglia spirante. Le relazioni stilate da entrambi gli organi competenti verranno inviate al Tribunale per i minorenni che ha a carico la domanda di adozione, e dopo un colloquio della famiglia aspirante con un Magistrato Minorile, deciderà se accogliere la domanda o respingerla. Se la domanda dovesse essere respinta, è ammesso ricorso alla  Corte di Appello presente nella stessa città.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris psicologa torino

Bambini a scuola: sezioni eterogenee o omogenee?

07 Nov
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Educazione, Scuola   |  Commenti disabilitati su Bambini a scuola: sezioni eterogenee o omogenee?

La formazione delle sezioni nella scuola dell’infanzia rappresenta un fattore rilevante nell’organizzazione scolastica e del lavoro educativo, in quanto permette, mediante una scelta intelligente e motivata, di soddisfare i bisogni di bambini e bambine di tre, quattro e cinque anni.

Quando il bambino e la bambina accede alla scuola dell’infanzia fa esperienza di maggiori relazioni sociali rispetto a quelle che ha conosciuto e intrecciato in ambito familiare. E’ nella scuola che il bambino e la bambina conosce il piccolo e grande gruppo dei pari e fa esperienza con bambini di età diversa che diventano un modello di relazione e interazione sociale estremamente significativo, segnando la qualità della relazione fra bambino e bambino.

La sezione in generale garantisce la continuità dei rapporti fra adulti e bambini e fra coetanei, evita i disagi dovuti ai continui cambiamenti, facilita il processo di identificazione, favorisce la predisposizione di spazi, ambienti e materiali idonei, consente di attuare i progetti educativi, valorizza e facilita il lavoro a piccoli gruppi.

Le sezioni omogenee sono organizzate in modo da accogliere bambini della stessa età, quindi gruppo classe di tre, quattro o cinque anni. Queste sezioni consentono:

  • di fissare obiettivi finalizzati a percorsi individuali
  • di attuare un progetto finalizzato ad una fascia di età
  • di individuare spazi, arredi e materiali consoni all’età dei bambini in quella fascia
  • di facilitare la soluzione di problemi simili
  • di evitare crisi di gelosia nei confronti dei nuovi bambini di tre anni.

Le sezioni eterogenee sono formate da gruppi di bambini di età diversa, di tre, quattro e cinque anni. Queste sezioni permettono:

  • di ampliare le opportunità di confronto e di arricchimento tramite occasioni di aiuto reciproco
  • di favorire il gioco simbolico in cui i bambini e le bambine possano immedesimarsi in ruoli differenti
  • di favorire lo scambio di esperienze e di comunicazione
  • di promuovere il piacere di dare e ricevere dai compagni spiegazioni efficaci e convincenti su eventi o azioni da compiere
  • di ricercare insieme la migliore strategia per la soluzione di problemi comuni e individuali
  • di agevolare lo svolgimento di attività ludiche in cui i bambini possono assumere una funzione specifica
  • di sviluppare capacità e competenze nelle attività ricorrenti di vita quotidiana e nelle attività di routine, che consentono esperienze educative di relazione non solo rivolte ai rapporti umani ma anche alla realtà circostante.

La composizione di sezioni per età eterogenea favorisce, quindi esperienze allargate rispetto alla sezione omogenea, offrendo maggiori possibilità di sperimentare aiuto reciproco, interazione e integrazione positiva fra tutti i bambini, piccoli e grandi.

Nel contesto organizzativo vanno comunque rispettate le esigenze specifiche delle singole età, i tempi e gli stili di apprendimento di ciascun bambino. Per agevolare queste esigenze nelle sezioni eterogenee sono favoriti gruppi di attività finalizzata ad apprendimenti specifici e gruppi-laboratorio per età.

Articolo scritto da Fulvia DiBenedetto, insegnante della scuola dell’infanzia a Torino

La balbuzie nei bambini: cosa fare?

30 Ott
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Educazione, Psicologia   |  Commenti disabilitati su La balbuzie nei bambini: cosa fare?

La balbuzie si manifesta all’incirca nell’ 1 % della popolazione adulta, in ogni cultura e società. Si tratta di un disordine del ritmo della parola nel quale l’individuo sa ciò che vorrebbe dire, ma nel contempo non riesce a farlo a causa di involontari arresti, ripetizioni e blocchi nel flusso aereo.

E’ importante precisare che sebbene la balbuzie è caratterizzata da disfluenze non tutte le disfluenze sono indici di balbuzie!

Depressione nei bambiniL’età di insorgenza si colloca solitamente tra i 3 e i 5 anni ma circa l’80% dei bambini che vengono incasellati come balbuzienti, avranno un recupero spontaneo durante l’età scolare. Si tratta di una forma di balbuzia transitoria che nella maggioranza dei casi viene superata nell’arco di un anno e mezzo dall’esordio, è comunque utile che i genitori del bambino attuino degli specifici comportamenti per fare in modo che il bimbo non resti traumatizzato o colpito negativamente nella sua autostima in questi periodi di difficoltà nella parola.

All’apparire del sintomo è opportuno consultare uno psicologo per intervenire sui familiari piuttosto che sul bambino.

Tuttavia alcune disfluenze diventeranno delle balbuzie.

La balbuzie è uno dei più complessi disturbi del linguaggio, non è un fenomeno unico ma bensì determinato a diversi livelli da fattori sia fisiologici che psicologici, sia genetici che derivanti da variabili ambientali. Tutte queste concause possono giocare un ruolo importante nella balbuzie e può risultare estremamente difficile determinare a priori quale di queste sia quella prevalente.

Nei casi in cui la balbuzie è diagnosticata un disturbo del linguaggio diventa importante agire prontamente insegnando una tecnica per il controllo della balbuzie stessa anche in giovane età (o comunque prima dell’età scolare) in quanto si eviterà che le ricadute psicologiche del non poter comunicare come si vorrebbe non segnino stabilmente la personalità del bambino in via di evoluzione. Fermo restando che al più tardi dagli 8 anni è indicato un trattamento, qualora la balbuzie non accenni a diminuire stabilmente.

Logopedisti e psicologi dell’età evolutiva possono collaborare insieme per un miglioramento della qualità della vita del soggetto balbuziente: i logopedisti insegnando delle tecniche di controllo del disturbo mentre lo psicologo si fa carico delle componenti relazionali ed emotive e di riacquisizione della fiducia in se stessi.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris psicologa Torino

 

Lo sviluppo del linguaggio

30 Ott
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Educazione, Psicologia   |  Commenti disabilitati su Lo sviluppo del linguaggio

Il linguaggio è una delle funzioni cognitive che maggiormente caratterizza gli esseri umani e che li differenzia dagli animali. Forse è proprio per questo che ogni genitore insieme ai primi passi attende il momento di sentire le prime parole del proprio bambino.

Sostegno ai genitoriGeneralmente intorno all’anno il bambino produce le prime parole che vengono usate in contesti specifici e referenziali, indicando oggetti e persone presenti e ben conosciute.

Tra i 12 e i 16 mesi l’ampiezza del vocabolario dovrebbe aumentare fino ad arrivare a circa 50 parole, successivamente intorno ai 18-24 mesi il vocabolario aumenta in maniera esponenziale per arrivare a circa 300 parole; questo fenomeno viene generalmente indicato come “l’esplosione del vocabolario”. Inoltre man mano che il vocabolario si amplia cominciano le combinazioni di più parole e si comincia a differenziare il vocabolario secondo diverse classi grammaticali.

Esiste poi un aspetto della comunicazione che non è legato alla produzione verbale ma è comunque molto importante e indicativo per il successivo sviluppo linguistico e cioè la produzione di gesti, accompagnati o meno da vocalizzazioni. La produzione di gesti, inizialmente con funzione richiestiva (avere un oggetto, un aiuto da parte dell’adulto ecc.) e successivamente dichiarativa (per attirare l’attenzione e condividere l’attenzione su di un oggetto) sono degli indicatori importanti della capacità di linguaggio che il bambino svilupperà successivamente.

È sempre molto importante avere un’attenzione particolare al linguaggio del bambino ma bisogna anche sempre considerare che per quanto riguarda il linguaggio questi range di età di acquisizione sono piuttosto ampi e spesso fino ai due anni di età è difficile stabilire se un bambino abbia una difficoltà di linguaggio o semplicemente tempi di sviluppo diversi. Esistono però degli indicatori che un professionista (psicologa dell’età evolutiva e neuropsichiatra infantile) può rilevare per trarre indicazioni sul futuro sviluppo del linguaggio e sulle possibili difficoltà (vedi anche articolo: La balbuzie nei bambini: cosa fare?).

Dott.ssa Francesca Vottero Ris psicologa Torino

Riconoscere la Bulimia Nervosa

20 Ott
by Francesca Vottero Ris, posted in Disturbi alimentari, Psicologia   |  Commenti disabilitati su Riconoscere la Bulimia Nervosa

La bulimia nervosa è uno dei disturbi del comportamento alimentare ma rispetto all’anoressia nervosa e all’obesità è più complicata da riconoscere. La ragione principale è che il peso corporeo delle persona anoressica o quello dell’obeso permettono immediatamente di orientarsi verso la diagnosi mentre, essendo frequentemente normopeso, le pazienti bulimiche non possono essere così facilmente identificate.

Un’altra ragione meno evidente è che spesso l’abbuffata ed il vomito vengono vissuti con profondo senso di colpa che costringe le persone a mantenere segreto il proprio comportamento. Il risultato è che, in alcuni casi, le abbuffate e le condotte di eliminazione possono essere messe in atto anche per anni senza che amici e familiari riescano ad accorgersi di nulla.

Esistono alcuni modi per riconoscere le persone con bulimia nervosa all’osservazione, test di laboratorio e test psicologici. Tali elementi comunque non hanno valore assoluto ma vanno integrati con la conoscenza della storia personale della persona e rapportati al peso, al modo di alimentarsi e al comportamento del soggetto in generale.

In ambito familiare un barattolo di cioccolata che sparisce non significa automaticamente avere una figlia ammalata di bulimia nervosa, ma la combinazione di alcuni comportamenti (tracce di cibi nascosti, andare in bagno subito dopo ogni pasto, l’ossessione per la macrobiotica, significative e ripetute oscillazioni del peso corporeo) possono senz’altro essere sufficienti per chiedere una consulenza specialistica.

In generale è essenziale ricordare che non esistono interessi per la forma fisica che giustifichino la messa in atto di comportamenti dannosi per la salute come il vomito o l’assunzione di lassatvi o diuretici per scopi diversi da quelli per cui questi farmaci sono indicati. Analogamente nessun interesse “normale” per la forma fisica o per la salute del corpo può giustificare la segretezza di comportamenti come il digiuno compensatorio, l’occultamento del cibo o la mistificazione riguardo a ciò che si mangia o si è mangiato. E’ difficile considerare “normale” che una persona per qualsiasi motivo, per convinzione personale o religiosa o per intolleranze alimentari più o meno ben definite dal punto di vista medico, arrivi a restringere la propria alimentazione al punto da escludere classi intere di alimenti come zuccheri, grassi, carboidrati o proteine. Una persona che riferisce per qualsiasi motivo di essere intollerante a moltissimi alimenti, che evita tutti i cibi a contenuto calorico alto o ritenuto tale e che sostiene di “sentirsi meglio” con il calo del peso e sentirsi peggio in caso di aumento di peso dovrebbe essere valutato da uno specialista in disturbi della condotta alimentare (psicologo, psicoterapeuta e/o psichiatra).

In presenza di tali elementi è possibile che la persona si rivolga al medico di base, al nutrizionista o ad un dietologo. In nessuno di questi casi una ulteriore valutazione da parte di uno specialista in disturbi della condotta alimentare, almeno per un sommario screening del problema, potrebbe risultare in qualche modo dannosa, permettendo invece di pianificare un trattamento mirato al problema.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa Torino.

Bambini: i possibili segnali di difficoltà di apprendimento

12 Ott
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Educazione, In evidenza   |  Commenti disabilitati su Bambini: i possibili segnali di difficoltà di apprendimento

L’apprendimento parte da una base percettiva, motoria e manipolativa per arrivare ai sistemi simbolico concettuali ossia all’utilizzo e alla produzione di simboli come sistemi di rappresentazione della realtà, utilizzabili come strumenti linguistici di comprensione e comunicazione di conoscenze. Per sviluppo cognitivo quindi, si intende trasformare e consolidare abilità percettive, motorie, linguistiche e intellettive di ciascun bambino in competenze, che gli permettano di riorganizzare le esperienze, di esplorare e ricostruire la realtà che lo circonda e in cui agisce.

I bambini seguono traguardi di sviluppo sia ad opera del processo biologico naturale sia ad opera delle sollecitazioni ambientali. Conoscere le sequenze evolutive permette di stabilire il progressivo sviluppo del bambino.

I quadri di riferimento non vanno applicati come assoluti perché esiste una grande variabilità individuale nei ritmi e nei tempi di apprendimento.

Bambino ossessionatoPuò capitare che si notino, sia in ambito familiare che scolastico “segnali” che potrebbero indicare difficoltà dell’apprendimento del bambino. Quando il bambino arriva alla scuola dell’infanzia ha già acquisito abilità in diverse aree e in questo periodo, dai tre ai sei anni, si verificano cambiamenti considerevoli.

In ambito percettivo a tre anni il bambino ha ancora una percezione di tipo sincretico (cioè una percezione di tipo globale e confusa) ma ha acquisito abilità che gli permettono di scoprire negli oggetti le proprietà sia materiali che funzionali, la rappresentazione è ricca di contenuti ma disordinata, il colore è usato in modo indiscriminato.

A cinque/sei anni il bambino è in grado di fare confronti, cogliere somiglianze e differenze, rappresentare gli oggetti in modo più differenziato, usare lo spazio del foglio e i colori in modo adeguato.

Possibili segnali di difficoltà percettive potrebbero essere non riuscire a:

  • seguire oggetti o figure in movimento
  • eseguire consegne plurime o messaggi lunghi
  • ascoltare una storia (il bambino si distrae facilmente)
  • ripetere una breve storia- individuare i personaggi principali di una storia
  • essere pertinenti ad un contesto
  • memorizzare il nome dei colori e usare il colore in modo appropriato

In ambito psicomotorio a tre anni il bambino ha sviluppato due funzioni importanti: la prensione e la deambulazione che gli permettono autonomia, attività esplorativa e costruttiva, queste abilità gli consentiranno inoltre di utilizzare nuovi stimoli.

A cinque/sei anni il bambino sviluppa la prensione fine che gli permette varie attività: legare, allacciare, tagliare, tenere con due dita ecc. e la motricità globale che gli permette di salire, scendere, saltare su un piede solo, prendere la palla al volo ecc.

Possibili segnali di difficoltà psicomotoria potrebbero essere:

  • lentezza motoria, a volte precipitazione
  • postura goffa
  • atteggiamenti maldestri
  • non riuscire a tenere fra due dita il pennarello o le posate
  • problemi a disegnare, allacciare, abbottonare, lavarsi, vestirsi, calciare, afferrare, portare un oggetto
  • problemi a stare dentro un contorno
  • problemi a rappresentare lo schema corporeo e la realtà
  • problemi a orientarsi nello spazio inteso come foglio e ambiente
  • problemi ad adeguarsi ai cambi di attività, di ambienti, di gioco
  • problemi a controllare le emozioni: scoppi di pianto improvvisi, aggressività, fuga o tendenza ad isolarsi
  • problemi a seguire le regole, a giocare in gruppo, tendenza al gioco parallelo.

Disturbi psicosomatici nei bambiniLa presenza di alcuni di questi segnali non è necessariamente sinonimo di una difficoltà di apprendimento ed è sempre necessario che tali segnali siano contestualizzati, tuttavia se sono presenti numerose o tutte le difficoltà elencate e si presentano spesso e in tutti i contesti frequentati dal bambino è consigliabile una visita specialistica da un neuropsichiatra infantile o da una psicologa infantile per una valutazione diagnostica più approfondita.

Scritto da Fulvia Di Benedetto insegnante della scuola dell’infanzia a Torino e dalla Dott.ssa Francesca Vottero Ris, Psicologa a Torino

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

28 Set
by Francesca Vottero Ris, posted in Disturbi di personalità   |  Commenti disabilitati su Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità è uno dei Disturbi di Personalità.

Le persone che soffrono di un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità possono presentare una preoccupazione eccessiva per l’ordine e per le regole, perfezionismo, difficoltà a portare a termine i propri compiti, riluttanza a delegare ed a cooperare, rigidità su questioni di etica e di moralità, difficoltà a manifestare le proprie emozioni, bisogno di controllo nel lavoro e nelle relazioni interpersonali.

Frequentemente i pazienti giungono all’osservazione di uno psicologo manifestando specifiche difficoltà e sintomi come: stati d’ansia, depressione o disturbi dell’adattamento. Tipicamente questi soggetti presentano anche problemi di natura familiare, poiché i familiari si lamentano spesso del forte disagio che provano a causa del perfezionismo e dell’inflessibilità alle regole delle persone con queste caratteristiche.
Nello specifico si fa diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo di personalità quando sono evidenti le seguenti caratteristiche:

Attenzione per i dettagli, le regole, l’ordine, l’organizzazione o gli schemi, al punto che va perduto lo scopo principale dell’attività.

La vita quotidiana tende ad essere rigidamente organizzata e spesso si ricorre all’elaborazione di schemi, liste e programmi per lo svolgimento di un compito.

Perfezionismo che interferisce con il completamento dei compiti (per es. il soggetto è incapace di completare un progetto perché non risultano soddisfatti gli standard prefissati), aspettative di estrema efficienza e intolleranza rispetto ai fallimenti propri e altrui.

Eccessiva dedizione al lavoro e alla produttività fino all’esclusione delle attività di svago e delle amicizie.

Esagerata coscienziosità in tema di moralità, etica o valori, e rigida adesione alle convenzioni sociali.

Inflessibilità e testardaggine, chi soffre di un disturbo ossessivo compulsivo di personalità, applica in modo rigido i principi e le regole in cui crede.

Difficoltà a gettare via oggetti consumati o di nessun valore, anche quando non hanno alcun significato affettivo.

Riluttanza a delegare compiti o a lavorare con altri, a meno che non si sottomettano esattamente al proprio modo di fare le cose.

Modalità di spesa improntata all’avarizia: il denaro è visto come qualcosa da accumulare in vista di catastrofi future.

Il comportamento interpersonale è educato e corretto, ma spesso improntato ad una rigida formalità. Chi ha un disturbo ossessivo compulsivo di personalità, è spesso, nei confronti degli altri, giudicante, controllante e punitivo, e in relazione a persone percepite come autorevoli tende a porsi in modo compiacente e fintamente ossequioso.

Da un punto di vista emotivo, è presente una notevole difficoltà ad esprimere i propri stati d’animo e a manifestare emozioni di calore e premura verso gli altri. Le emozioni maggiormente sperimentate sono: l’ansia, relativa all’eventualità che si verifichino catastrofi future; la paura di essere disapprovati e giudicati negativamente; la rabbia verso gli altri, legata all’impossibilità, soggettivamente percepita, di comunicare i propri bisogni emotivi e desideri.

L’esordio avviene in adolescenza o nella prima età adulta e colpisce più frequentemente il sesso maschile.

Queste persone possono soffrire anche di disturbo ossessivo-compulsivo. La personalità ossessivo-compulsiva è, inoltre, tra quelle più frequenti nei disturbi alimentari, in particolare nell’anoressia.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris, Psicologa Torino

Selettività del cibo e rifiuto di mangiare nei bambini

16 Set
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Disturbi alimentari   |  Commenti disabilitati su Selettività del cibo e rifiuto di mangiare nei bambini

Disturbi alimentari nei bambiniIl rifiuto di mangiare o un’eccessiva selettività del cibo da parte di un bambino suscita sempre nei genitori una grande ed intensa preoccupazione. La situazione più grave che si possa presentare è quella di una anoressia vera e propria, ossia un rifiuto totale del cibo, me è un fenomeno abbastanza raro in età infantile dove per lo più si trova legato a disturbi mentali gravi o situazioni estreme di maltrattamento infantile.

A volte forme intermedie di anoressia si presentano in occasione di cambiamenti del regime alimentare come nello svezzzamento, in periodi di malattia, in fasi di grandi cambiamenti di vita come traslochi o afidmento ad altre figure di accudimento.

Problemi alimentari bambiniMolto difrequenti sono l’eccessiva sellettività nei confronti del cibo: il bambino può magiare solo due o tre tipi di cibo e ha difficoltà ad accettare nuovi sapori.

In ognuna di queste situazioni è importante rivolgersi al pediatra affinchè suggerisca le tecniche nutrizionali più adeguate, se il problema dovesse essere particolarmente complicato o persistere e fonte di eccessiva ansia per i genitori ci si può rivolgere ad uno psicologo che possa inquadrare il problema e le dinamiche relazionali e pianificare delle strategie d’intervento risolutive.

L’alimentazione ha una grande valenza simbolica: le dinamiche che si attivano tra bambino  e figura di accudimento al momento del pasto, lasciano filtrare sentimenti, emozioni e credenze reciproche che creano modelli mentali del bambino.

Famiglia che legge un libroI problemi più frequenti alla basa del rifiuto del cibo ruotano attorno ad un ipocoinvolgimento o ad un ipercoinvolgimento delle figure di cura rispetto all’alimetazione: alcuni adulti possono ad esempio possono mostrarsi imprevedibili di fronte ai segnali di richiesta del cibo oppure vivere con troppa ansia tuto ciò che riguarda il cibo al punto da diventare l’unico canale di comunicazione affettiva.

Naturalmente anche le predisposizioni temperamentali del bambino possono avere un ruolo nella creazione di problematiche alimentari, ma sarà compito dell’adulto capire cosa succede e perchè e modificare i propri comportamenti per meglio adeguarsi alle richieste del bambini.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa Torino

La scuola riapre: consigli utili per l’inserimento dei bambini alla scuola dell’infanzia

07 Set
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Educazione, Scuola   |  Commenti disabilitati su La scuola riapre: consigli utili per l’inserimento dei bambini alla scuola dell’infanzia

Cosa possono fare i genitori:

  • parlare con il bambino e spiegare che adesso è “grande” e andrà alla scuola dell’infanzia dove incontrerà bambini e bambine con cui potrà giocare e fare amicizia, che troverà persone che gli vorranno bene e che si occuperanno di lui come la maestra e l’assistente educativa
  • portare il bambino a visitare la scuola sia in esterno che all’interno, fargli vedere la classe, presentarlo agli altri bambini e all’insegnante
  • spiegare al bambino cosa faranno mamma e papà mentre lui è a scuola
  • lasciare al bambino un piccolo oggetto impegnandolo a conservarlo nel suo armadietto o in tasca al grembiule, dandogli così un segno sicuro della loro ricomparsa
  • affidare il bambino all’insegnante con dolcezza ma anche con fermezza e senza esitazioni, facendo diventare questo momento un rituale da ripetere con serenità ad ogni distacco.

Una particolare attenzione deve essere data all’aspetto emotivo/affettivo sia dei bambini sia dei genitori, in quanto, spesso ambedue sono alla loro prima esperienza di separazione in un ambiente extra-familiare.

Il genitore che accompagna deve:

  • essere sereno e allegro trasmettendo questa emozione al bambino, non lo abbandona ma lo affida a personale competente
  • aiutare il bambino a vedere i lati positivi della nuova esperienza che lo attende-evitare stati ansiosi o insicurezza, il bambino con le sue antenne percepisce tutto e queste emozioni gli potranno causare paure
  • parlare con l’insegnante di ogni dubbio,incertezza o timore
  • essere consapevoli che la scuola adotta strategie idonee per creare condizioni di benessere per agevolare il distacco con serenità
  • di fronte a crisi di pianto del bambino è necessario mantenere un atteggiamento calmo ma fermo in modo da trasmettergli la fiducia necessaria per poter affrontare la separazione.

Lettura consigliata: “Lilli, la topolina”Antoine SchneiderNord Sud edizioni

Articolo scritto da Fulvia Di Benedetto, insegnante della scuola dell’infanzia a Torino.

La scuola riapre: consigli utili per l’inserimento dei bambini alla scuola dell’infanzia

31 Ago
by Francesca Vottero Ris, posted in Bambini, Educazione, Scuola   |  Commenti disabilitati su La scuola riapre: consigli utili per l’inserimento dei bambini alla scuola dell’infanzia

bambino contentoLe vacanze sono quasi finite e le scuole fra poco riapriranno, è giunto il momento per molti bambini di riprendere il loro “viaggio” scolastico e incontrare di nuovo compagni e insegnanti. Molti piccoli bambini e bambine si apprestano per la prima volta ad iniziare questa meravigliosa avventura che li accompagnerà per un tratto della loro vita, di cui conserveranno un ricordo per molto tempo, forse per sempre.

L’inserimento alla scuola dell’infanzia richiede preparazione e attenzione da parte di tutti: genitori, insegnanti e bambini. Molti genitori si chiedono come possono preparare i bambini e loro stessi ad affrontare questo evento così significativo nella vita di entrambi.

Premesso che la scuola dell’infanzia riconosce al bambino il ruolo di protagonista della sua crescita per favorirne tale centralità predispone l’ambiente scolastico come luogo di “vita, relazioni, apprendimento”, e mette in atto precise modalità.

Per il bambino di tre anni che non ha mai frequentato il nido, l’arrivo alla scuola dell’infanzia può essere un momento particolarmente difficile perché si troverà in un ambiente diverso da quello familiare con persone sconosciute, pertanto potranno nascere in lui paure e incertezze.

Le insegnanti,  consapevoli di questo, adottano diverse modalità per creare condizioni di benessere per il bambino e per la sua famiglia:

  • incontrano i genitori in assemblea alla fine dell’anno scolastico precedente per conoscersi, per raccogliere informazioni sull’iter dell’inserimento e didattico-educativo, sull’organizzazione della scuola, sugli ambienti e gli spazi;
  • segnalano gli orari di entrata/uscita come momenti di relazione significativa fra genitori e insegnanti;
  • predispongono un percorso didattico che prevede giochi canti e attività ludiche, espressive e manipolative per stimolare la curiosità nel bambino e la voglia di ritornare;
  • incontrano i genitori individualmente per raccogliere informazioni sul bambino e sulla famiglia.

Leggi l’ articolo con i consigli per i genitori

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