Terapia cognitivo-comportamentale

Pillole o parole?

03 Ago
by Francesca Vottero Ris, posted in Terapia cognitivo-comportamentale   |  Commenti disabilitati su Pillole o parole?

Viene riportato un interessante articolo sull’utilizzo e l’utilità degli antidepressivi (fonte: blog degli Studi Cognitivi e Psicoterapia e Ricerca; autore: Dott.ssa Sandra Sassaroli).

La New York Review of Books, uno dei più prestigiosi giornali del mondo anglosassone, pubblica  tra giugno e luglio due articoli di Marcia Angell che costituiscono un attacco duro e severissimo al mondo psichiatrico moderno. Ha vinto nel mondo psichiatrico il punto di vista che quasi tutto dipenda da squilibri chimici nel cervello. Questo ha portato ad una crisi grave delle psicoterapie e al fatto che la maggior parte degli psichiatri ormai distribuiscono solo farmaci e non parlano più con i pazienti se non per inferire da alcune cose che essi dicono, i “sintomi” che necessitano di essere curati.  E che essi cureranno, sintomo per sintomo. Il risultato di questo è che oggi il 10% circa degli americani sopra i sei anni si cura con farmaci psicotropi.

Kirsch, l’autore di uno dei  libri recensiti nell’articolo (2011) si chiede se gli antidepressivi funzionano e arriva a sconcertanti risposte. Il punto è questo: le case farmaceutiche che distribuiscono e guadagnano sui farmaci sono divenute negli anni non solo parte del sistema diagnostico che definisce le malattie mentali e le categorizza, ma anche di come esso debba essere trattato.Quando tutto è iniziato (anni 50) non si sapeva affatto come questi primi farmaci funzionavano:  ad esempio la clorpromazina, uno dei primi farmaci che si sono studiati a metà degli anni cinquanta,si dimostrò capace di  abbassare i livelli di dopamina nel cervello. Questo fatto ha fatto inferire (in modo del tutto arbitrario) che malattie come la schizofrenia fossero causate da un eccesso di dopamina nel cervello.  Insomma , come dice il NYTRB, invece di trovare un farmaco che curasse una anomalia, si è postulata una anomalia per giustificare il funzionamento del farmaco.

Ma non si è ancora trovata nessuna certezza sugli agenti causali della depressione. Kirsch ha studiato per anni i placebo e il problema del funzionamento degli psicofarmaci contro la depressione.  E qui arriva nel suo libro l’attacco a come sono strutturati i trial randomizzati. Questi trial durano 8,10 settimane.  E dopo avere studiato almeno 38 di questi trial kirsch arriva al preoccupante risultato che in sostanza i placebo funziona almeno tre volte meglio del nessun trattamento, e gli antidepressivi funzionano poco meglio dei placebo.  (la proporzione è del 75%, cioè il placebo funziona il 75% di come funzionano gli antidepressivi) . I dati kirsch li ha presi dalla food and drug andiminstration, non dalla letteratura pubblicata. Il motivo c’è, nella letteratura riportata non vengono riportate le ricerche che danno dati non positivi.  Se due trial dimostrano un effetto positivo e vengono pubblicati su journal e 10 trial dimostrano una inefficacia o peggio, non vengono pubblicati. Voi capite che questa prassi influenza grandemente le decisioni per il trattamento,  che poi gli psichiatri ( e spesso anche i medici di base) prendono con i loro pazienti.

Kirsch è riuscito ad avere i dati dal FDA (federal and drug administration) e ha trovato 42 trial di sei farmaci. La maggior parte erano negativi. I placebo funzionavano circa l’82% dei farmaci. Come vedete differenze minime. Le differenze statistiche minime a favore dei farmaci non appaio non significative dal punto di vista clinico.I trial clinici sono fatti in doppio cieco, vuol dire che né il clinico né il paz sanno chi prende il placebo e chi prende il farmaco, Kirsch è andato a studiarsi alcuni trial clinici che fornivano placebo con effetti simili ai farmaci e udite udite, se si dava una sostanza con effetti collaterali simili al farmaco, spariva la differenza tra placebo e antidepressivi. Alcuni pazienti quindi, sentendo gli effetti secondari, deducono che stanno prendendo l’antidepressivo durante il trial e si convincono che stanno migliorando a causa del farmaco.

Kirsch sostiene che molti degli aneddoti clinici del miglioramento dei pazienti in cura per antidepressivi potrebbero essere dati da questo bias della narrazione comune.Ma questo cosa significa per noi? Stiamo attenti, il problema non è di non avere chiari i meccanismi base di funzionamento, la medicina funziona spesso così, abbasso la febbre in ogni caso, indipendentemente dalla comprensione del perché quel corpo malato abbia avuto un rialzo della temperatura,  è una pia illusione che l’unico intervento medico corretto sia quello seduto su una comprensione assoluta del disturbo che si presenta, illusione che ha fatto molto male alla psicologia, dove spesso si è tentato di trovare coerenze assolute, e gerarchicamente inoppugnabili, dove invece occorreva il coraggio di interrompere circoli viziosi di mantenimento, o intervenire semplicemente partendo dall’alleviare la sofferenza. Il problema attiene alla credibilità della ricerca.

Good news: Sono anni ormai che l’intervento psicoterapeutico è sotto attacco proprio a causa della potenza e forza del mondo psichiatrico pro farmaci, quinidi se se ne discute la scientificità può essere un passo verso una apertura a favore degli interventi psicologici

Bad news: per i ricercatori in psicoterapia, un attacco a trial farmacologici potenti, ben finanziati,  dove i parametri da studiare sono precisi e facili da tracciare, (misurare la dopamina) può mettere in discussione il valore di trial clinici dove i parametri sono: il perfezionismo, l’intolleranza dell’incertezza, credenze molto più difficili da definire e rendere operazionalizzate, e dove la compiacenza con il ricercatore e la manipolazione dei parametri da parte del paziente può essere sicuramente un elemento importante di disturbo sull’andamento dell’esperimento.

Angell, M. (2011). The Epidemic of Mental Illness. New York Review of Books, 58, 11, June 23.

Angell, M. (2011). The Illusions of Psychiatry. New York Review of Books, 58, 12, July 14.Kirsch, I. (2011) The Emperor’s New Drugs: Exploding the Antidepressant Myth. Basic Books, New York.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa Torino.

La paura senza nome – video

13 Giu
by Francesca Vottero Ris, posted in Ansia, Terapia cognitivo-comportamentale   |  Commenti disabilitati su La paura senza nome – video

Il National Institute of Mental Health (NIMH), la più grande organizzazione scientifica al mondo che si occupa della ricerca focalizzata alla comprensione, al trattamento e alla prevenzione dei disturbi mentali e alla promozione della salute mentale, riporta in un articolo sul trattamento dell’ansia:

La terapia cognitivo comportamentale (CBT) è molto utile nel trattamento del disturbi d’ansia. La parte cognitiva aiuta le persone a cambiare gli schemi di pensiero che sostengono le loro paure. La parte comportamentale aiuta le persona a cambiare il modo di reagire alle situazioni che provocano l’ansia. Per esempio, la CBT può aiutare le persone con il disturbo di panico a imparare che i loro attacchi di panico non sono in realtà attacchi di cuore e aiutare le persone con fobia sociale a imparare come superare la convinzione che gli altri li stanno sempre a guardare e a giudicare. Quando le persone sono pronte a confrontarsi con le loro paure, viene loro mostrato come usare le tecniche di esposizione per desensibilizzarsi alle situazioni che attivano le loro ansie”.

Per leggere l’intero documento clicca qui.

 

Ansia sociale

31 Mag
by Francesca Vottero Ris, posted in Ansia, Terapia cognitivo-comportamentale   |  Commenti disabilitati su Ansia sociale

ansia sociale, timidezza

L’ ansia sociale, anche chiamata “fobia sociale“, consiste nell’intensa paura di manifestare imbarazzo, disagio o ansia nelle situazioni in cui si è esposti pubblicamente al giudizio degli altri.

Chi sperimenta ansia sociale prova un forte disagio quando partecipa a situazioni sociali come feste, gruppi, locali pubblici… o deve svolgere attività a contatto con altre persone come parlare in pubblico, parlare ad uno sconosciuto, lavorare davanti ad altre persone…

Nella fobia sociale vi è una paura persistente di situazioni sociali o prestazioni da eseguire davanti ad altre persone. L’esposizione alla situazione imbarazzante provoca una risposta ansiosa e la situazione spesso viene evitata.
Un esempio di fobia sociale è la difficoltà a parlare in pubblico. La persona si può facilmente rendere conto che il suo timore è eccessivo continuando comunque ad evitare la situazione ansiogena.

A livello fisico le persone che ne soffrono  notano che il cuore batte più forte, la sudorazione aumenta, compare rossore sul viso, può esservi una sensazione di “testa vuota”.

La persona che soffre di ansia sociale ha di solito una bassa autostima dovuta soprattutto ad una serie di pensieri negativi che ha su di sè e sulle conseguenze della propria ansia, tende inoltre ad attuare tutta una serie di “comportamenti protettivi” come stare in silenzio, distogliere lo sguardo, non dire cosa pensa, pianificare in anticipi cosa dire, fingere interesse.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata molto efficace nel trattamento dell’ansia sociale.

La terapia mira, da una parte a modificare i propri pensieri negativi, dall’altra cerca di insegnare abilità per gestire al meglio le situazioni sociali.
Tali abilità prevedono, solitamente, sia tecniche per la gestione dell’ansia, sia tecniche per la gestione dell’interazione verbale.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa a Torino

Mindfulness

21 Mag
by Francesca Vottero Ris, posted in Ansia, Terapia cognitivo-comportamentale   |  Commenti disabilitati su Mindfulness

Fonte: Ecomind. Articolo di Pietro Spagnulo

Ritrovare l'equilibrio con la meditazione

Da alcuni decenni, la psicoterapia cognitivo comportamentale è considerata dalla comunità scientifica e dalle più importanti organizzazioni internazionali la più efficace ed affidabile terapia psicologica per un gran numero di problemi emotivi e disturbi mentali.
I recenti sviluppi di questo approccio confermano la sua vitalità e la tendenza a mantenersi al passo con la ricerca scientifica e le esigenze della società. In particolare, negli ultimi quindici anni, la ricerca ha messo a punto alcuni importanti avanzamenti che spingono alcuni autori a parlare di terapia cognitivo comportamentale di terza generazione basata su una importante acquisizione metodologica che prende il nome di mindfulness.

Tuttavia, il valore rappresentato dalla mindfulness per la salute, va oltre il confine della psicoterapia e delle terapie psicologiche, in quanto, agendo sulla reazione allo stress e all’ansia assume una importanza rilevante anche per il trattamento e la prevenzione di disturbi fisici, come l’ipertensione arteriosa, le sindromi dolorose, alcuni disturbi del ritmo cardiaco, molte malattie psicosomatiche.

Dott.ssa Francesca Vottero Ris, psicologa a Torino

Attacco di panico: istruzioni per l’uso

26 Apr
by Francesca Vottero Ris, posted in Ansia, Terapia cognitivo-comportamentale   |  Commenti disabilitati su Attacco di panico: istruzioni per l’uso
attacco di panico

via: www.laprincipessaraffreddata.com

Inspira…espira…inspira…espira riporta una deliziosa vignetta del blog laprincipessaraffreddata

Provare ansia è esperienza comune a tutti ma quando diventa eccessiva può sfociare in un attacco di panico. Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, esplode all’improvviso con una paura travolgente che viene senza avvisaglie e senza alcuna ragione apparente e spesso ci si sente di perdere completamente il controllo… Quindi cosa fare se si è colpiti da un attacco di panico?

  • Sappiate innanzitutto che anche se le sensazioni sono bruttissime mai nessun soggetto relativamente sano e giovane è mai morto per un attacco di panico.
  • L’esordio è immediato ma rendendovene conto sappiate che l’attacco dura in genere pochi minuti e come è venuto rapidamente altrettanto rapidamente se ne andrà.
  • Cercate, per quanto possibile sia chiaro, di non perdere il controllo se avete la possibilità sedetevi e respirate lentamente e regolarmente.
  • Se la vostra mente è inondata da pensieri catastrofici, cercate di utilizzare qualsiasi mezzo per non amplificarli ma anzi distraetevi ad esempio adoperando un idea rifugio più consona a voi o nella quale credete.
  • Se ne avete la possibilità prendete pure qualche goccia o una pastiglia di ansiolitico prescritta dal vostro medico, se non ce l’avete bevete un bicchiere d’acqua.
  • Non abbiate timore a chiedere aiuto o a fare una telefonata: all’occorrenza una parola amica vale più dello stesso ansiolitico!
  • Se la situazione si facesse ingovernabile non fatevi scrupolo ed andate al pronto soccorso più vicino dichiarando subito tutti i vostri sintomi.
  • Infine dopo che l’acme dell’attacco è passato rivolgetevi ad uno psicoterapeuta che adotti delle strategie cognitivo-comportamentali.
  • Anche se la psicoterapia è  più efficace per uscire da questo incubo  non fatevi scrupolo i primi tempi a girare con un ansiolitico in tasca o in auto, non vi risolverà il problema ma vi rassicurerà per il momento, in attesa di uscirne.

Dottssa Francesca Vottero Ris psicologa a Torino