Trauma nei bambini

Dottoressa Francesca Vottero Ris, Psicologa Torino, Piscoterapeuta cognitivo-comportamentale Torino, Terapia E.M.D.R.

Bambina tristeSebbene la maggior parte della letteratura sulle conseguenze di un’esperienza traumatica sia sugli adulti, negli ultimi anni sono emersi anche studi sugli effetti differenziali del trauma a diversi livelli di età e i criteri dello Stress Post-Traumatico sono stati resi più appropriati alle varie età, indicando le specifiche manifestazioni sintomatologiche che il trauma può comportare quando a subirlo è un bambino. Nei bambini e negli adolescenti traumatizzati emergono disturbi d’ansia, iperattività cronica, disturbi del comportamento, difficoltà di apprendimento, problemi dissociativi e somatizzazione. La costellazione dei disturbi tende a manifestarsi contemporaneamente e la gravità della sindrome è proporzionale all’età dell’insorgenza del trauma e alla sua durata.

Sintetizzando l’individuazione di sintomi specifici per fasce di età:

  • Età prescolare:  tra i sintomi più frequentemente osservati nei bambini piccoli, fino a 6 anni di età, si annoverano paure generalizzate come ansia di separazione, paura degli estranei, evitamento di situazioni che possono essere collegate al trauma, disturbi del sonno, preoccupazioni nei confronti di eventi o simboli legati al trauma. I bambini mostrano aspetti dell’evento traumatico durante il gioco e possono perdere una competenza acquisita durante tappe di sviluppo precedenti. È bene precisare che, a questa età, è difficile effettuare una diagnosi affidabile dal momento che alcuni dei sintomi possono essere rilevati solo se il bambino è capace di descrivere verbalmente i propri sentimenti e le esperienze vissute.
  • Età scolare: a differenza degli adulti, i bambini dai 6 ai 12 anni, non sperimentano amnesia di aspetti del trauma né flashback visivi, tuttavia hanno difficoltà a ricordare l’esatta sequenza degli eventi che hanno caratterizzato l’episodio traumatico. Ritengono che esistano dei segnali di allarme, dei presagi, che preannunciano il trauma e quindi pensano, stando perennemente in agitazione, di poter riuscire ad evitare traumi futuri. Riproducono aspetti del trauma nel gioco, nei disegni o nelle verbalizzazioni. Presentano comportamenti regressivi, evitamento scolastico, scarsa autostima, difficoltà nel riporre la fiducia negli altri e sentimenti di isolamento.
  • Adolescenza: gli adolescenti mostrano sintomi simili a quelli degli adulti anche se a differenza di quest’ultimi possono cimentarsi in “giochi traumatici”. È possibile poi che nella loro vita di tutti i giorni tendano a riprodurre continuamente la condizione traumatica. Più dei bambini e degli adulti possono esibire comportamenti aggressivi. Presentano problemi nelle performance scolastiche e nelle relazioni con i pari ed i familiari, scarsa autostima, difficoltà nel riporre la fiducia negli altri, abuso di sostanze.

Dunque, dopo l’esposizione ad un evento minaccioso, i bambini possono mostrare marcate differenze individuali nella natura e nella gravità delle risposte post traumatiche.
Rispetto alla natura dell’esperienza traumatica i traumi infantili possono essere suddivisi in due grandi categorie:
MaltrattamentoTraumi di tipo I, dovuti ad uno shock improvviso (ad es. incidenti, lesioni gravi, aggressioni da parte di animali, ecc);
Traumi di tipo II, provocati da sofferenze prolungate e reiterate, tipicamente di natura interpersonale (ad es. abuso sessuale, maltrattamento psicologico, trascuratezza, violenza, ecc).
Sebbene entrambi i tipi di trauma si configurino come importanti fattori di rischio per lo sviluppo di psicopatologia, i traumi di tipo II sembrano avere conseguenze più invasive che perdurano nel tempo.
Nel caso di traumi di tipo II i bambini cronicamente traumatizzati sperimentano spesso un ritardo evolutivo ad ampio spettro, che riguarda le capacità cognitive, linguistiche, motorie e di socializzazione, e manifestano disturbi molto complessi, che si presentano in modo estremamente vario e spesso fluttuante.

Attualmente non esiste un’entità diagnostica, riconosciuta a livello internazionale, che descriva adeguatamente l’impatto pervasivo del trauma sullo sviluppo infantile, e tipicamente a questi bambini viene applicata una serie di diagnosi comorbose nessuna delle quali rende giustizia allo spettro di problemi dei bambini traumatizzati.
E’ per questo che il gruppo di lavoro sul trauma complesso, che opera all’interno del National Child Traumatic Stress Network, ha elaborato una nuova diagnosi: il Disturbo Traumatico dello Sviluppo.
La nuova diagnosi è stata formulata in base all’idea che esperienze di eventi traumatici molteplici, cronici e prolungati, soprattutto di natura interpersonale e ad esordio precoce, spesso nel contesto della relazione con le figure primarie di accudimento (tipicamente i genitori), abbiano conseguenze importanti e prevedibili riguardo molte aree di funzionamento.

Concludendo bisogna tener presente che non tutti i bambini e adolescenti esposti ad un evento traumatico sviluppano sintomatologia post-traumatica, la psicologia dello sviluppo parla infatti di vulnerabilità nei confronti di esperienze di vita stressanti, in generale di fronte agli eventi che capitano, positivi o negativi che siano, gli individui non si trovano nelle stesse condizioni. A seconda del loro livello di sviluppo psicologico e biologico, sperimentano gli stessi eventi in maniera diversa ma è possibile affermare che il verificarsi di eventi negativi nell’età evolutiva ha una notevole influenza sul futuro adattamento psicosociale degli individui.

Negli ultimi anni si è parlato molto anche di resilienza, tale concetto è divenuto sempre più centrale per comprendere quali fattori, anche in presenza di gravi ostacoli e di condizioni avverse, siano in grado di favorire traiettorie evolutive positive che sfidano le aspettative tipiche  Concepito inizialmente come frutto di prerogative essenzialmente individuali, il costrutto di resilienza è stato inserito in una prospettiva più ampia, che ne valorizza l’aspetto dinamico, di interazione tra fattori di rischio e fattori protettivi di tipo individuale, familiare e sociale.

 

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